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venerdì 20 maggio 2011

I Cure

Che i Cure fossero la cura ad ogni male del mondo, lo sospettavo da sempre. Da quando a tredici anni cantavo "Friday I'm in love" aspettando un cavaliere sgangherato.. e da quando ho capito che, per estraniarmi dal mondo intorno a me, non serve un bosco vero, ma basta solo "A Forest".

Tre ragazzi immaginari, gli alfieri del dark britannico, I Cure hanno sempre saputo destreggiarsi in bilico tra rock alternativo e pop da classifica. E sono riusciti a trasformare il dark, da tendenza di culto a fenomeno mondiale e di massa, accumulando stuoli di fan dalla Russia all'Argentina, dal Brasile all'Australia, dalla Francia agli Stati Uniti. Non stupisce quindi che questi figli delle cantine punk inglesi abbiano sbancato le arene mondiali.

Robert Smith, eternamente pallido, occhi cerchiati di nero e rossetto scarlatto, è un personaggio singolare. Ribattezzato "il guru della tristezza" o "il messia della malinconia", è filosofo nichilista e folletto infantile, poeta apocalittico e dandy romantico. Scava negli abissi della desolazione e si bamboleggia con canzoncine sinistre. Tortura le corde della sua chitarra e si strugge in cantilene ipnotiche. Tra grida angosciate e urletti bambineschi. Aveva garantito che si sarebbe ucciso prima di compiere 25 anni. Dopo il venticinquesimo compleanno ha corretto il tiro: "Ho capito che ero riuscito a concludere qualcosa in questa vita e questo mi ha dato nuova carica. Mi sento più allegro.”

Le canzoni dei Cure hanno fatto a lungo da colonna sonora alla crisi esistenziale di tanti “ragazzi immaginari”.

Consacrato disperazione, nichilismo, senso di ansia e solitudine in una canzone che è l’emblema della musica dark.

Tracciata da un semplicissimo giro di basso, avvolta in uno splendore decadente, la canzone si staglia al di sopra di qualsiasi composizione dei Cure, per il suo emozionante testo, per la sua linearità, il suo ritmo ipnotico: i Cure sono “A Forest”.

La nostra cura è dunque un bosco. L’immaginazione al potere, la nostra fede.. ancora e ancora e ancora e ancora.

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