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domenica 29 maggio 2011

I Dead Can Dance

Quanto, squarciando il velo della banalità, ci sia bellezza incontaminata nella poesia? Nella poesia del mondo..

AUSTRALIA, 1980- Brendan Perry e Lisa Gerrard (due giovani raffinatissimi e bellissimi) entrambi di estrazione anglo-irlandese, si incontrano a Melbourne. E’ il periodo punk, ma Lisa che già studia canto classico, è interessata soprattutto alla musica d’avanguardia, ed il suo intento è quello di esplorare la propria visione personale, ma riconosce in Brendan, che si dilettava fino a quel momento in esperimenti di musica elettronica, di aver trovato un partner nella sua ricerca musicale. A Melbourne, i due lavorano in un ristorante libanese, lavando piatti per guadagnare i soldi necessari per partire per Londra. Ed è proprio qui, nel loro quartiere di East Prahran, che Lisa si espone lasciandosi contaminare, in maniera subliminale, da altre culture provenienti da nazionalità greca, italiana, irlandese e araba, che influenzeranno il suo modo di cantare: la combinazione di questi colori e la metodologia della creazione della struttura musicale di Brendan, permetterà la creazione di un unico colore.

Nascono i Dead Can Dance, il più importante e influente progetto di corrente "gotica" e "atmosferica". Nessun altro gruppo, in questo campo, ha saputo arrivare a risultati di portata tanto ampia. Dead Can Dance è un progetto culturale, ancora prima che musicale, volto alla riscoperta di tradizioni antiche, lontanissime nel tempo e nello spazio.

La loro saga esplora epoche e ambientazioni diversissime, evolvendosi in uno studio meticoloso sulla tradizione folk europea, con particolare predilezione per i temi medievali e rinascimentali, riscoprendo da un lato la musica sacra, dall'altro la musica tribale, mantenendo sempre una rigorosa coerenza stilistica, e al tempo stesso allontanandosi sempre di più dai canoni della musica rock.

Ma è in Inghilterra che la loro musica li rivelerà come un punto di riferimento obbligato per tutta l'estetica dark, mostrando subito quella che è la loro peculiarità rispetto a questo movimento. La loro opera si caratterizza per un gusto spiccato per arrangiamenti spettrali, eleganti e atmosferici, e per il canto, più caldo e baritonale quello di Perry, più luminoso ed etereo quello di Gerrard. La loro dote maggiore è la capacità di costruire un clima di suspence, che prende lo spunto da un gotico di stampo classicheggiante e medievale, per spaziare via via verso la religiosità, l'arcaico, l'esotico e il folk.

1984, il primo album “Dead Can Dance”, seguito a ruota dal secondo “Garden of Arcane Delights”: divagazioni eteree e sognanti, atmosfere da rituale occulto della "regina della notte", senso di angosciata spiritualità, che si sviluppa attraverso salmi religiosi, litanie ed echi d'oltretomba. Fin dalla copertina emerge l'influenza letteraria nella musica del duo: la figura bendata nuda rappresenta un uomo primitivo deprivato della percezione e si trova in un giardino (il mondo) contenente una fontana ed alberi carichi di frutta. Il suo braccio destro è proteso, avido di conoscenza, verso un albero da frutti dal tronco circondato da un serpente. Sul muro del giardino, il muro tra libertà e confine, ci sono due ingressi: la nozione dualistica di scelta. E' un universo alla Blake, nel quale l'umanità si può solo riscattare, può solo liberarsi dalla cecità, attraverso l'interpretazione corretta di segni ed eventi che permeano le maglie delle leggi di natura.

Un esempio di questa perfetta simbiosi è la splendida "In Power We Entrust The Love Advocated", che abbandona i tratti più esotici in favore di sonorità decisamente più lente e soffuse, un goth etereo, bassi penetranti, chitarre delicate e atmosfere malinconiche. A chiuder gli occhi si vien rapiti.. l’ innesto di un ambient così raffinato da essere considerabile come avangarde anche attualmente parlando, tramite intermezzi ricchi di classe e in armonia con le atmosfere ammalianti.

Dotato di timbro altamente emozionale, Brendan Perry è il vento caldo che riecheggia tra le respiranti note.

I Dead Can Dance non hanno bisogno di presentazioni, nè basterebbe un enciclopedia per delinearne il profilo artistico o riassumerne l'importanza. La loro carriera e la galleria di produzioni che la caratterizzano, sono tutt'oggi l'esempio più compiuto di contaminazione e sperimentalismo musicale, nel nobile e riuscitissimo tentativo di rendere la prospettiva contemporanea più vicina a quella colta, o classica, o orchestrale che dir si voglia, a quella etnica, o folk, a quella orientale. Il tutto condito da un citazionismo d'eccellenza, con riferimenti alla letteratura classica e contemporanea, alla poesia e, su tutto, all'antropologia.

Quello dei nostri artisti australiani è il connubio pressoché perfetto tra ricerca ed arte.

“AFFIDIAMO ALLA FORZA L’AMORE CHE VOGLIAMO DIFENDERE”

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